P.S. che Elenuzza mi ha regalato a Natale e la cui lettura, nelle noiose sessioni di fisioterapia, ha aumentato la voglia di dedicarmi solo a ció che possa emozionarmi.

…Alcuni pensano al viaggio come a una performace fisica, ad un’attività dal sapore vagamente atletico, tanto da ritenere che per quell’esperienza sottile dell’andare e venire per i luoghi del mondo si debba necessariamente attraversare un’infinità di terre. Si direbbe quasi che, dentro all’organo remoto che registra i sussulti e le emozioni, ci sia una specie di contachilometri che permette all’emozione di sbocciare solo dopo che si sia superata una soglia minima di percorso. E che si debbano così, a ogni costo valicare ogni volta, estreme distanze e mettere a dura prova le proprie capacità di resistenza per fare uscire dal letargo quell’occhio interiore, di cui non conosciamo la collocazione, che osserva e s’emoziona.
Pare quasi che in un luogo, per potersi meravigliare, per poter provare stupore o un sussulto del cuore, ci si debba per forza giungere da estranei, da remoti cittadini di altri mondi con in tasca oggetti che nessuno riconosca.
In questo modo, se la traversata deve essere immane, la prova fisica di resistenza, lo sforzo del corpo assurge a unica tangibile misura dell’intensità del viaggio.
Eppure pare che, quell’organo interiore che osserva e s’emoziona, possa mettersi in moto a ogni passo, anche nelle pieghe di un tempo più minuto e in spazi meno estesi.

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